L'insostenibile leggerezza della mediocrità
Cosa ho imparato mettendo in piedi un Home Theater che non sembri uscito dal cestone delle offerte? Che gestire la mediocrità è una passeggiata, domare l'eccellenza è un incubo.
Prendete il classico utente medio. Compra un sintoamplificatore da discount sotto i mille euro, due casse di cartone pressato, un subwoofer asmatico e un'anonima TV LED. Attacca i cavi, preme due volte "Avanti" sul setup guidato ed è pronto. Il risultato? Un minestrone sonoro mediocre ma passabile. E, dall'alto della sua beata ignoranza, il profano si commuoverà pure, convinto di avere la sala IMAX in salotto. È il trionfo del "plug & play": sistemi stupidi per esigenze basilari.
Poi ci provi con hardware di fascia alta. Tiri fuori dall'imballo elettroniche raffinate, schermi OLED e diffusori che non perdonano nulla. Accendi tutto, convinto di godere. E invece fa schifo. Suona letteralmente peggio della soundbar del vicino.
Perché la roba pro-grade ti sbatte in faccia la realtà acustica della tua stanza. Vuoi farti del male sul serio? Aggiungi un secondo subwoofer. Invece di avere bassi più profondi, ti ritrovi a combattere contro cancellazioni di fase, risonanze ambientali e frequenze che si annullano a vicenda tra i collegamenti LFE e quelli HL. I problemi non si sommano, esplodono esponenzialmente. Diventa un lavoro di fino su crossover, posizionamenti e ritardi.
La morale è spietata: la spazzatura sub-par è compiacente e funziona subito, progettata per dare l'illusione del risultato a chi non ha pretese. L'alta fedeltà, invece, va dominata, tarata e sofferta. Se non ti fa imprecare durante la configurazione, semplicemente non è di alto livello.
Applicare la metafora a dipendenti/colleghi/collaboratori dovrebbe essere intuitivo...

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